Avete letto tutti in questi giorni, e dappertutto, del vincolo culturale su San Siro. Proviamo a fare chiarezza, perchè il tema è quantomai complesso e delicato, soprattutto per i non addetti ai lavori.
Come al solito procediamo con metodo.
Stiamo parlando del fatto che la Soprintendenza intende apporre un vincolo culturale su San Siro. Cosa vuol dire? Cos’è un “vincolo culturale”? Fondamentalmente: niente. Non mi fraintendete: intendo dire che, più che di “vincolo culturale”, qui si sta discutendo SE RICONOSCERE UN VALORE CULTURALE AD UN IMMOBILE, in questo caso San Siro naturalmente, per il quale andare a VINCOLARE l’immobile stesso, cioè a sottoporlo ad un regime di tutela volto a preservare quel “particolare” o “eccezionale” valore riconosciuto.
Vediamo come sempre cosa dice la Legge (ormai lo sapete come ragioniamo). Il testo normativo di riferimento è il D.Lgs 22 gennaio 2004, n. 42 “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio” che all’art. 10 definisce quali siano, appunto, i “beni culturali”. In particolare, il citato art. 10 al comma 1 recita:
“Sono beni culturali le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ad istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico”.
Capite bene, già da questa prima definizione (l’art. 10 continua poi ad elencare quali sono gli altri beni scendendo ulteriormente nel dettaglio), che tutto si basa intorno a quel “che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico” e che questo interesse, ossia “valore”, deve essere dimostrato. E qui scendiamo un pò di più nel dettaglio, perchè per dimostrare che un immobile abbia (o meno) un valore di tipo artistico, storico o altro, lo stesso D.Lgs 42/2004 istituisce l’iter di “Verifica dell’Interesse Culturale”, normata all’art. 12 dello stesso Codice. Nello specifico, l’art. 12 comma 1 recita così:
“Le cose indicate all’art. 10 comma 1 [esattamente quello che vi ho citato poco fa], che siano opera di autore non più vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre settanta anni, sono sottoposte alle disposizioni della presente Parte fino a quando non sia stata effettuata la verifica di cui al comma 2”.
Questo vuol dire che qualsiasi immobile che:
- Sia di proprietà pubblica;
- Abbia più di settanta anni;
- Sia opere di autore non più vivente
è sottoposto automaticamente alle disposizioni di tutela del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, finche non venga effettuata la Verifica dell’Interesse Culturale a sancire che tale immobile abbia (o meno) valore. Capite bene che la ratio della legge è quella di tutelare “a prescindere” almeno finché non venga dimostrato il fatto che l’immobile in questione non abbia alcun interesse.
Premettiamo anche un altra cosa: la legge è giusta e queste disposizioni hanno salvato dall’oblio una serie lunghissima di immobili pieni di valore che la miopia di tanti amministratori (sia di grandi città che di piccoli comuni non riusciva – o non voleva – vedere). E questo ve lo dico in generale, non in riferimento al caso di San Siro che ci riguarda ora.
Ora torniamo a noi. Come si applica tutto questo a San Siro?
Ci arriviamo tutti al fatto che San Siro:
- È di proprietà pubblica;
- Ha oltre settanta anni;
- Chi lo ha costruito non più in vita.
San Siro quindi rientra pienamente nell’applicazione dell’art. 12 del Codice, cioè sul fatto che in attesa che un “valore” venga riconosciuto sia da sottoporre a tutela.
Questo però in linea di massima, perchè San Siro presenta una particolarità: lo stadio come lo conosciamo oggi è il frutto di diversi interventi che si sono susseguiti nel corso del tempo e che hanno trasformato lo stadio originale (costruito nel 1926) in quello che conosciamo oggi. In particolare San Siro ha subito:
- Un primo ampliamento alla struttura originaria del 1926 negli anni ’30-’40;
- Un secondo ampliamento nel 1953-55 che ha visto la realizzazione delle famose rampe elicoidali ancora visibili all’esterno;
- Un terzo ampliamento negli anni ’80 con la costruzione del terzo anello e delle relative torri laterali con la copertura annessa e le iconiche travi rosse.
Questa sequenza di fasi, tutte o quasi ben riconoscibili fra di loro, hanno reso San Siro lo stadio che è oggi, nel bene come nel male. Se da un lato, infatti, è grazie a questo che abbiamo – e chi lo nega mente – uno stadio ICONICO, è – allo stesso modo – per colpa di questo che la struttura è così complessa ed è così complesso ristrutturarlo e così costoso operare tutta la normale e straordinaria manutenzione. Ma questo è un altro discorso.
Ritornando al sistema delle tutele, non si può, pertanto, ragionare su San Siro in maniera “unitaria”, ma bisogna per forza ragionare “per parti”. Essendo l’immobile originario del 1926 ed ampliato per la prima volta negli anni ’30-’40 (quindi settanta anni abbondantemente superati) il Milan aveva già richiesto alla Soprintendenza un parere sul valore dell’edificio nell’autunno del 2019, quando le due squadre si apprestavano a presentare il progetto che poi sarebbe confluito nella Cattedrale di Populous. All’epoca la Commissione Regionale per il Patrimonio aveva risposto che:
“Trattasi, allo stato attuale, di un manufatto architettonico in cui le persistenze dello stadio originario del 1925-26 e dell’ampliamento del 1937-39 risultano del tutto residuali rispetto ai successivi interventi di adeguamento realizzati nella seconda metà del Novecento e pertanto non sottoposti alle disposizioni (di tutela del patrimonio) perchè non risalenti a oltre settanta anni”
E che:
“Le stratificazioni, gli adeguamenti e gli ampliamenti fanno dello stadio – come oggi lo percepibile nel suo insieme – un’opera connotata dagli interventi del 1953-55, oltre a quelli del 1989-90, nonché dalle opere successive al Duemila, ovvero un’architettura soggetta a una continua trasformazione in base alle esigenze legate alla pubblica fruizione e sicurezza e ai diversi adeguamenti normativi propri della destinazione ad arena calcistica e di pubblico spettacolo”
Di quella prima versione dello stadio infatti oggi risultano ancora visibili alcune parti della struttura portante del primo anello e le rampe di accesso, sacrificate però all’interno dell’ampliamento del 1953-55. Come evidenziato dalla Soprintendenza, vincolare quelle porzioni delle prime fasi storiche dello stadio (dato che per le successive non erano ancora scattati i settanta anni di vita) avrebbe voluto costringere a mettere le mani e modificare proprio quelle porzioni successive dello stadio che, paradossalmente, sono proprio quelle che rendono lo stadio iconico (appunto le rampe elicoidali di Calzolari e Ronca, e le torri periferiche di Ragazzi e Hoffer).
Questo aveva dato alle squadre un arco di tempo plausibile (6 anni) tra il 2020 (risposta della Soprintendenza) e il 2025 (settanta anni dell’ampliamento del 1953-55) per presentare il progetto del nuovo impianto con la demolizione di San Siro. Una volta che il progetto viene approvato ai sensi delle condizioni di legge vigenti e si inizia con la demolizione dello Stadio non ci sono più problemi infatti nonostante lo scattare durante i lavori dei settanta anni per le latri parti della struttura. Purtroppo però in questi anni abbiamo assistito tutti al patetico teatro della burocrazia e del più totale fallimento della politica e della democrazia nella gestione di quella che era una opportunità per tutti.
Ecco perchè arriva ora la notizia del fatto che la Soprintendenza si stia esprimendo sul valore culturale della seconda parte costruttiva di San Siro, quella appunto del 1953-55 con le caratteristiche rampe elicoidali.
Nessuno che abbia un minimo di intelligenza si stupisce di questa direzione da parte della Soprintendenza perchè quelle rampe sono davvero iconiche e costitutive dell’identità di quello stadio. Sfido chiunque di voi sia mai stato a San Siro a non essere restato affascinato dal loro svolgersi intorno allo stadio mentre saliva verso il proprio posto. E sono anche sicuro che chiunque di voi ci sia stato abbia provato l’impulso irrefrenabile di fotografarle, magari proprio insieme allo torri laterali.
Quindi qui nessuno si stupisce di quello che sta dicendo e facendo la Soprintendenza.
La Soprintendenza sta applicando la legge (spero che dopo la lettura di questo post sia più o meno chiaro), e lo sta facendo anche bene.
La cosa grave è, se permettete una considerazione personale, un’altra. Il Comune non è stato capace di prendere la decisione di far andare avanti le squadre nella realizzazione del nuovo impianto. E questo nonostante tutte le svariate modifiche al progetto. Nonostante la dichiarazione di pubblico interesse. Nonostante nessuno modifica al Piano di Governo del Territorio. Nonostante fosse tutto a carico delle squadre. Nonostante la conclusione positiva del Dibattito Pubblico (costato peraltro 300.000,00 euro di fondi pubblici). Non hanno avuto il coraggio di prendere una decisione (fosse stata sia per il SI sia per il NO). Ed ora stanno dando questa “patata bollente” in mano alla Soprintendenza per coprire la loro NEGLIGENZA e lavarsi le mani.
Gli amministratori di MILANO si devono vergognare:
- Quelli che erano per il SI e non hanno avuto il coraggio, nonostante tutto (cosa dovevano fare di più le squadre?) a concludere l’iter;
- Quelli che erano per il NO perchè fra qualche anno si ritroveranno con un immobile VUOTO che non porterà più 9 mln euro/ano di canone di locazione, che pesa già ora circa 5 mln euro/anno di manutenzione (anche questa finora a carico delle squadre) che aumenteranno man mano che la struttura diventerà vetusta.
Bene ad andare via.
San Siro ci mancherà. Ma nono sicuro che mancheremo più noi a San Siro.








